La figura di Sherlock Holmes rappresenta uno degli esempi più significativi di come narrativa e metodo scientifico possano intrecciarsi. Il suo modo di procedere, basato su osservazione accurata, lettura degli indizi e formulazione delle ipotesi, anticipa molti dei principi che oggi attribuiamo alla pratica scientifica. Holmes diventa così l’archetipo del “detective scienziato”, capace di trasformare l’indagine in un esercizio di rigore logico e sperimentale. Nel settimo incontro di Caffè Scienza, Enrico Solito ha messo a fuoco questa relazione, mostrando in che modo la narrativa trasmetta logiche scientifiche e perché l’approccio di Holmes rimanga un modello interpretativo ancora attuale.
Enrico Solito è pediatra, neuropsichiatra infantile, terapista relazionale. Membro da sempre di Uno Studio in Holmes (l’associazione italiana degli appassionati e studiosi), ne è stato Presidente e primo curatore dello Strand magazine, la rivista della Associazione. Primo italiano ad essere nominato membro dei Baker Street Irregulars di New York nel 2002, è socio di molte associazioni estere. Autore di numerosi articoli pubblicati in tutto il mondo, è stato anche co-editor di due volumi dei Baker Street Irregulars (Mandate for Murder, della serie dei Manoscritti, sull’Avventura del Cerchio Rosso, nel 2006 e Sherlock Holmes in Italy nel 2010) e del volume bilingue “Sir Arthur Conan Doyle – Viaggio in Italia – Italian Journey” nel 2012. Autore anche di racconti e romanzi apocrifi holmesiani, (4 romanzi e una quarantina di racconti). Ha pubblicato nel 2020 una Enciclopedia “Holmes e Watson” la quarta nel mondo e la prima in italiano.
Per introdurre il tema del rapporto tra Sherlock Holmes e la scienza, Solito ha aperto la serata con una domanda al pubblico: «Qual è la frase più famosa di Sherlock Holmes?». La risposta data, “Elementare, Watson”, è in realtà un falso storico. Non compare in alcun racconto e non sarebbe mai stata pronunciata da Holmes, che nel canone non è né l’arrogante né il personaggio caricaturale proposto da molte produzioni moderne. Holmes rappresenta il primo vero investigatore a introdurre un metodo scientifico nell’indagine. Prima di lui, personaggi come Dupin di Poe tentano un approccio razionale, ma con modalità narrative in cui la soluzione appare improvvisa, quasi rivelata per intuizione più che per deduzione dimostrabile. Con Holmes la risoluzione dei misteri viene costruita su osservazioni, esperimenti, verifiche e ragionamenti concatenati. Il panorama, tuttavia, è più complesso: investigatori successivi, hanno spesso privilegiato un approccio psicologico, concentrandosi sulla mente del colpevole più che sull’analisi delle prove. Holmes, invece, rimane un punto di riferimento per la “detection” scientifica, tanto che esiste un’intera letteratura dedicata a questo aspetto: oltre 10.000 volumi che discutono il suo metodo, la logica diagnostica e i risvolti scientifici dei suoi casi. Gli appassionati fanno riferimento al cosiddetto “sacro canone”, i 56 racconti originali, e sono organizzati in circa 700 club in tutto il mondo. Alcuni si concentrano su aspetti specifici: un’associazione di avvocati americani analizza la plausibilità giuridica delle sue azioni; una società di dermatologi studia i casi clinici citati da Conan Doyle; un gruppo dedicato all’educazione chimica pubblica ogni anno un racconto a Natale in cui l’investigatore risolve un caso attraverso un’equazione complessa rivolta agli studenti di chimica.
Nel discutere il rapporto fra Sherlock Holmes e la scienza, Solito ha richiamato un parallelo noto: Il nome della rosa di Umberto Eco, un vero e proprio “apocrifo holmesiano”, anche se non scritto da Conan Doyle. Il protagonista, Guglielmo da Baskerville, è accompagnato dal suo biografo Adso, nome che richiama evidentemente Watson, e già dai primi capitoli Eco segnala l’uso del metodo holmesiano, fondato sull’attenzione ai dettagli. Persino la descrizione fisica di Guglielmo riprende intenzionalmente, per tre paragrafi, quella di Sherlock Holmes nell’edizione curata da padre Agostino Rossi: un omaggio esplicito, non una semplice citazione. La passione di Eco per Holmes è testimoniata anche dal volume Il del libro segno dei tre, un’analisi filosofica e semiotica del metodo investigativo, sviluppata insieme a colleghi e allievi, in dialogo con il pensiero di Charles Sanders Peirce. Holmes sostiene spesso che il suo metodo sia basato su osservazione e deduzione. Eco, tuttavia, mostra che ciò non è del tutto corretto: la deduzione, fornisce conclusioni certe, ma non aggiunge conoscenza nuova. Per chiarire la differenza, Solito ha richiamato l’esempio dei “fagioli bianchi”: se da un sacchetto etichettato “fagioli bianchi” ne estraggo una manciata, posso dedurre con certezza che lo saranno. Ma non ho scoperto nulla. Peirce propone invece l’“abduzione”, un ragionamento che formula l’ipotesi più plausibile, pur non garantita: se trovo un sacchetto di fagioli bianchi e, accanto, dei fagioli bianchi sul tavolo, l’ipotesi ragionevole è che qualcuno li abbia presi da lì. Non è certa, ma è creativa e interpretativa. Secondo Eco, Holmes opera precisamente in questo modo: non deduce, ma abduce. Per anni, gli studiosi holmesiani hanno accettato questa lettura, convinti di aver identificato il vero fondamento logico del metodo dell’investigatore. La discussione si è riaccesa con il libro di Renato Giovannoli, Elementare Wittgenstein, che, partendo dalla filosofia wittgensteiniana, sostiene invece che Holmes usi davvero la deduzione. Ne è nata un’ampia controversia tra gli studiosi, culminata in un’analisi sistematica di tutti i ragionamenti presenti nel canone. Dopo anni di confronto, si è giunti a una conclusione condivisa: Holmes alterna deduzione e abduzione.
La complessità del metodo di Holmes lo ha reso oggetto di un interesse tutt’altro che marginale. Non sorprende, quindi, che figure come Einstein lo conoscessero profondamente. Nell’Introduzione alla fisica, Einstein paragona l’investigatore al fisico: raccoglie indizi, formula un’ipotesi, e poi verifica se gli eventi reali la confermano o la smentiscono. Se anche un solo fatto non coincide, la teoria deve essere abbandonata. È lo stesso principio che struttura l’indagine holmesiana, e che lo avvicina in modo sorprendente al pensiero scientifico moderno. Anche Karl Popper, con la sua idea di falsificazionismo, offre una chiave utile per comprendere Holmes: una teoria è scientifica solo se può essere confutata. Su questa linea si colloca l’analisi di Baldini, che mette in parallelo il metodo popperiano e quello dell’investigatore, mostrando come l’errore non sia un fallimento, ma un elemento essenziale. Holmes non è infallibile e lo riconosce apertamente. In alcuni racconti, come La faccia gialla, giunge a conclusioni errate pur avendo seguito correttamente il proprio ragionamento; il caso si risolve positivamente per il cliente, ma Holmes resta turbato dal proprio errore e confida a Watson che dovrà sempre diffidare dei momenti in cui si sentirà troppo sicuro delle proprie deduzioni. Questa consapevolezza è precisamente ciò che lo rende “scientifico”: la capacità di accettare l’errore come parte del processo. La scienza non vive di certezze assolute, ma di probabilità e margini di approssimazione, proprio come un buon medico che non promette guarigioni infallibili ma percentuali di successo e piani alternativi. Allo stesso modo, Holmes costruisce ipotesi plausibili e le verifica sul campo, ammettendo la possibilità di essere smentito. È in questo equilibrio fra intuizione, verifica e revisione che risiede la natura profondamente scientifica del suo metodo investigativo.
Nel Libro del segno dei tre viene ricordato inoltre un punto essenziale: alla fine dell’Ottocento emergono tre figure che trasformano radicalmente il modo di leggere la realtà partendo da dettagli minimi. Il primo è Freud, che costruisce la sua teoria dell’inconscio non dalle grandi evidenze, ma da ciò che tutti consideravano insignificante: lapsus, sogni, piccoli errori quotidiani. Il secondo è Giovanni Morelli, che rivoluziona la storia dell’arte invitando a ignorare gli aspetti macroscopici dei dipinti per concentrarsi sulle “sciocchezze”: il modo in cui è disegnato un orecchio, il becco di un uccellino nell’angolo del quadro. Da lì nasceva un’ipotesi di attribuzione più solida di qualunque impressione generale. Il terzo è Sherlock Holmes, che condivide con Freud e Morelli la stessa logica indiziaria. Per Holmes non sono le evidenze macroscopiche a condurre alla verità, ma le tracce minute: il fango sulle scarpe, un’impronta trascurata, un fiammifero spento nel punto esatto in cui lui si aspettava di trovarlo. Il metodo non è quello positivista del “tutto è spiegabile”, ma un processo dinamico di ipotesi, errori, revisioni. Holmes sa che l’osservatore non si limita a registrare i fatti: li seleziona, li anticipa, e a volte li trova proprio perché li stava cercando. Holmes viene spesso accusato di positivismo, come se credesse che tutto ciò che è razionale sia reale e che tutto ciò che è reale sia pienamente spiegabile dalla ragione. In realtà questa lettura è superficiale. Holmes attraversa momenti in cui, di fronte alla violenza o all’assurdità degli eventi, si interroga sul senso stesso delle cose. Il suo razionalismo è una scelta: ha deliberatamente tagliato una parte emotiva di sé, soprattutto nel rapporto con le donne, per dedicarsi interamente alla giustizia, pagando un prezzo personale evidente. Per questo il metodo di Holmes è lontano dal positivismo ingenuo: si fonda sulla riduzione degli errori, sulla possibilità costante di scartare la teoria precedente e ricostruirne un’altra, come accade in molti racconti.
Sherlock Holmes dimostra come la narrativa possa diventare un laboratorio intellettuale in cui si sperimentano logiche scientifiche, metodi indiziari e forme di razionalità tutt’altro che semplicistiche. La sua figura, sospesa tra rigore e fallibilità, continua a interrogare studiosi di discipline diverse, dalla filosofia alla semiotica, dalla medicina alla fisica. Holmes rimane così un modello di pensiero critico, capace di trasformare ogni dettaglio in una chiave interpretativa ed è proprio in questa tensione tra ipotesi, errore e revisione che risiede la modernità del suo metodo.
